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lunedì 22 luglio 2013

MOTO Antonelli, omicidio colposo a Mosca


Non riesco a ritenere sport un'attività dove si rischia la vita in ogni momento. E' un mio limite che non è condiviso quasi da nessuno. E ogni volta che una tragedia lo ricorda anche agli altri, a chi si esalta per le gesta di questi presunti eroi, mi allontano dalle immagini raccapriccianti, dalle istantanee che fermano vite e fissano il dolore incancellabile nell'anima di genitori, fratelli, amici.
Ma le passioni sono tali perché sfuggono talvolta alla logica e al calcolo. E anche se non riesco a condividere la brama di velocità, il "coraggio" con cui si affronta il rischio in pista, lo rispetto.
Ma il rispetto non lenisce il dolore e la pietas per questi ragazzi la cui vita si spezza tra le ruote, in un casco inutile che diventa guscio impalpabile. Spesso si parla di fatalità, ma il dramma che ha tolto la vita ad Andrea Antonelli, ieri a Mosca nella gara della categoria cadetta della Supebike, ha poco a che vedere con la fatalità.
A Mosca non si doveva correre. Ma come si fa a prevedere e organizzare una gara senza che sulla pista ci sia l'asfalto drenante?
Non bisogna essere piloti per capire la differenza, basta andare in autostrada, capitare sotto un acquazzone, per rendersi conto della differenza. Quale organizzazione che si rispetti può concedere l'ok per assegnare ad un circuito simile un evento che gioca con la vita di una manciata di giovani piloti?
Se non per la legge, almeno moralmente a Mosca c'è stato un omicidio colposo, che non ha giustificazioni. Si parla sempre di esigenze televisive, di orari da rispettare. Ma le vite umane non sono da rispettare? O siamo al punto dolente che sono, a volte, più o meno inconsapevolmente, le esigenze delle tv e dei telespettatori si traducono in picchi d'ascolto proprio i momenti degli incidenti?
Provate a pensare cosa si è verificato ieri sulla pista, scusate se la chiamo ancora così: a 250 kmh i piloti sono piombati in una nube acqua, mix liquido e di particelle in evaporazione e in movimento verticale. Non si vedeva più nulla, come guidare a fari spenti nella notte, forse anche peggio. Emozioni? No, un attentato alla vita dei piloti. Con una vittima accertata e l'involontario investitore che per il resto della sua esistenza porterà con sé lo choc di quanto avvenuto.
Da bambino anch'io seguivo Formula 1 e moto. E piangevo di nascosto ogni volta che un pilota moriva in pista: Bandini, Scarfiotti, Giunti, Rindt, Courage, Cevert, Peterson. E nella moto non posso dimenticare quel 20 maggio del 1973. Per me tifoso di calcio una delle giornate da incorniciare nell'album dei ricordi: ero allo Stadio Olimpico e la Juventus avrebbe vinto allo sprint un indimenticabile ed insperato scudetto, rimontando la Roma con il gol vittoria di Cuccureddi ad un soffio dalla fine. Nell'attesa, in Curva Nord (oggi sarebbe settore distinti, il campo è sempre lontanissimo, la partita si vede male lo stesso, ma il biglietto costa di più) la notizia della morte di Pasolini e Saarinen accomunò nel luttuoso sconcerto tifosi romanisti e juventini.
Mi rendo conto che la vita non ha nulla di scritto, ma non la si può perdere facendo sport. Per me gli eroi sono altri. Realismo, non retorica. Gli eroi della vita quotidiana sono altri. Le persone che lavorano tutto il giorno per uno stipendio inadeguato e cercano di vivere dignitosamente, chi affronta gli schiaffi delle malattie, gli affronti dei superiori, dei vari caporali che come nel film di Totò (Siamo uomini o caporali? Regia di Camillo Mastrocinque, 1955) vessano i sottoposti. Chi non si piega dinanzi alla malavita, ai ricatti, all'andazzo delle scorciatoie illegali. Chi consuma la sua esistenza aiutando chi ne ha bisogno, familiare o estraneo che sia.
Penso perfino che certi esempi che arrivano da alcuni sport siano dannosi, perchè ai giovani forniscono un'immagine distorta, falsi valori. Ma, come sempre, appartengo ad una minoranza. Gli altri la pensano diversamente.