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domenica 6 ottobre 2013

VOLLEY Osvaldo Hernandez, vacanza romana

 Fino a quando non sarà ufficiale, è forse opportuno rimandare i toni trionfalistici. Ma ormai sembra proprio che anche Cuba sia finalmente orientata (o rassegnata?) ad abbracciare i tempi e concedere un’apertura professionistica per nulla scandalosa. Anzi tardiva e quanto mai opportuna.
La svolta è stata annunciata in forma non ufficiale da Granma, l’organo di stampa del governo cubano. E dunque non dovrebbero esserci dubbi sull’attendibilità della Rivoluzione estesa all’ambito sportivo.
        Ma i tempi abituali con cui nel’isola marciano certe cose, lasciano irrisolti punti interrogativi sul quando questa Rivoluzione diventerà cronaca, reale opportunità per tutti gli atleti di vivere diversamente e con maggiori opportunità la loro carriera sportiva. Senza dover progettare fughe all’estero.
        Nell’ultimo decennio la situazione è decisamente sfuggita di mano al governo cubano. Gli atleti più bravi aspettavano solo l’occasione propizia per scappare, inseguendo il sogno di una vita diversa, grazie allo sport. Tanti ragazzi hanno dovuto lasciarsi alle spalle famiglie, genitori, affetti. Le radici che nessuno di loro ha dimenticato e che tutti portano sempre nel cuore. Ma nell’era della globalità, era normale volere un salto nel futuro, cercare di guadagnare come i colleghi del resto del mondo. Cuba è rimasta sorda ad ogni richiesta, ha usato il pugno chiuso e duro per squalificare i ribelli. Ma più che obbligarli all’attesa, con la complicità delle federazioni internazionali, non ha potuto fare.
        Intanto le sue nazionali sono diventate sempre meno competitive. Ogni stagione i tecnici ricominciavano da capo o quasi, reclutando altri giovani che appena iniziavano a vedere il mondo, cominciavano a sognare un’altra vita, da professionisti dello sport.
        Se ora Cuba ha deciso di venire incontro ai desideri del popolo sportivo (che dovrebbe essere sovrano, così dicevano i rivoluzionari) sarà un bene per tutti. Per gli atleti e per la stessa Cuba, pronta a tornare vincente nel giro di poche stagioni, specie se vorrà accogliere tutti i suoi “figli” sportivi che non l’hanno mai dimenticata.


 Osvaldo Hernandez si è allenato al Villa Flaminia

Non dimenticherà mai l’ultima partita giocata con la camiseta di Cuba. Quarti di finale all’Olimpiade di Sydney, nel 2000. Cuba perde 3-2 (15-13) con la Russia, viene eliminata e sfuma il sogno che forse ora, tredici anni dopo, è vicino al realizzarsi. Osvaldo Hernandez (nella foto sopra è con Vittorio Sacripanti, il dirigente con cui vinse lo scudetto del 2000, nella Roma del patron Francesco Becchetti) è stato il campione del volley cubano nell’età della speranza, quando il governo di Fidel Castro sembrava prossimo a cedere alle pressioni degli sportivi che chiedevano di andare a giocare all’estero, per migliorarsi e per guadagnare quei soldi che allora lo sport in genere e la pallavolo in particolare, offrivano alle stelle.
        Per un paio di stagioni il governo cubano autorizzò l’espatrio controllato, attraverso una specie di emanazione del ministero, affidata a Jorge Lusson, diventato il personaggio chiave dell’avventura in Europa dei pallavolisti cubani.
        «Sì, quella sconfitta cambiò tutto - ricorda Osvaldo Hernandez - Fidel Castro si arrabbiò molto e decise di farci tornare tutti a casa».
        Il governo cubano accusò di tradimento i suoi campioni, li dipinse come una banda di mercenari che pensavano solo agli ingaggi esteri. «In Nazionale abbiamo giocato sempre dando il massimo. Non era vero che non ci importava»
        In effetti Cuba perse proprio la prima partita del girone, con l’Olanda, e poi quella col Brasile. Arrivando seconda avrebbe incrociato la Jugoslavia, poi d’oro.
        Osvaldo Hernandez proprio in questi giorni è tornato a Roma per qualche giorno. E’ andato ad allenarsi al Centro Villa Flaminia, accolto con calore da Luigi Barelli e Giancarlo Masciocchi, orgogliosi e contenti di riavere tra loro l’uomo dello scudetto del 2000. Perchè Osvaldo si è sempre fatto voler bene da tutti. Ha paura di mettere su la pancetta, come se i suoi 202 centimetri non gli consentissero di nasconderla con noncuranza.
        «Quel 17 maggio 2000 è stato uno dei giorni più belli della mia carriera sportiva. Oltre 15.000 persone al PalaEur, la rimonta su Modena, lo scudetto. Ogni tanto riguardo il dvd che fece Roberto Stracca. Quante emozioni, quanti ricordi. Roma è sempre nel mio cuore»
        Osvaldo Hernandez uscì legalmente da Cuba, non è mai fuggito. Ora vive a L’Avana, ha una figlia di 5 anni, Vanessa, e uno di 14 Osvaldino, che però non gioca a volley.  Ha ancora la moto che gli regalò Marco Bracci dopo lo scudetto (in quella Roma c’era anche un altro cubano, la piovra Ihosvany Hernandez, ora vive in Spagna). Osvaldo si gode Cuba, segue lo sport alla tv, i grandi club europei del calcio. Ha visto la finale degli Europei, è rimasto stupito dall’altezza di Muserskiy e dalle difese russe, ride di gusto quando gli diciamo che il suo ex compagno Mastrangelo farà il ballerino in tv. Quando ha vissuto in Italia faceva il tifo per l’Inter: «Aveva tanti giocatori brasiliani... A Cuba il calcio va poco: più baseball e pallavolo. Ma in genere lo sport non è più seguito come prima: anche da noi i ragazzini si dedicano ai videogiochi»
        Osvaldo è naturalmente favorevole all’apertura annunciata dal governo cubano.
        «Tengo a dire una cosa: nessuno degli atleti che ha lasciato Cuba lo ha fatto per la politica. Volevano tutti andare all’estero per giocare. Sono d’accordo con il governo, avevo sentito anche io parlare di questa possibilità e del fatto che molti giocatori non vedono l’ora di tornare a giocare per la nazionale. Non so dire però quando ci sarà l’apertura. Non credo sia subito. Penso che il governo faccia bene, avremo giocatori più forti e torneremo grandi con le nazionali»


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