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giovedì 7 maggio 2015

ATLETICA La Quercia della passione e della memoria: il mio "Grazie" alla Fidal


http://leandrodesanctis.blogspot.it/2013/05/atletica-la-seconda-volta.html

Il comunicato della Fidal
In occasione della presentazione del Golden Gala, consegnati i premi giornalistici per la stampa sportiva. Quest'anno il premio "Alfredo Berra" (carta stampata)  a Giorgio Barberis (La Stampa) e Fausto Narducci (La Gazzetta dello Sport), mentre il "Paolo Rosi" (radio e tv) a Nicola Roggero (Sky). Per altre importanti firme del panorama sportivo nazionale assegnata la Quercia al merito atletico di I grado: Leandro De Sanctis (Il Corriere dello Sport), Valerio Piccioni (La Gazzetta dello Sport), Aligi Pontani (La Repubblica), Carlo Santi (Il Messaggero) e Francesco Volpe (Il Corriere dello Sport).

 I doni inattesi spesso sono i più graditi. Scusandomi con i lettori di Visto dal basso mi permetto una licenza assolutamente personale per esprimere un semplice grazie alla Fidal e al suo presidente Alfio Giomi per l'onore che ho ricevuto, per la Quercia al merito che da ieri 5 maggio (una data che continua ad essere speciale per chi come me è tifoso juventino) ha anche il sottoscritto nell'elenco dei brillanti colleghi che nel corso degli anni sono stati gratificati del riconoscimento.
Per me, lo confesso, è stata l'occasione per ricordare che c'era un tempo in cui la vita professionale era molto diversa da quella che oggi è stata ridisegnata dalla grande crisi economica che ha colpito ogni settore, stampa inclusa. Ed in quel tempo l'atletica è stata una passione, un amore grande, soprattutto professionale perchè a differenza di illustri colleghi, tra le mie attività sportive adolescenziali e giovanili, c'è sempre stato soltanto il calcio, avendo tra l'altro iniziato il percorso giornalistico quando avevo soltanto dodici anni. Un premio alla memoria, nel senso che la Fidal ha dimostrato di averne, ricordandosi del sottoscritto, del lavoro svolto in un'epoca ormai ahimè non più vicinissima. Un amore che da appassionato ragazzo coltivavo non perdendomi una telecronaca di Paolo Rosi, andando all'Olimpico ogni volta che si svolgevano gli Assoluti, lasciando un per me poco congeniale lavoro come cameriere estivo in uno dei circoli lungo il Tevere dopo una sola giornata di lavoro, per poter seguire gli Europei di Roma 1974.
Come molte cose nella vita, per caso iniziai ad occuparmi di atletica, seguendo l'attività giovanile e regionale allora molto intensa nei tre impianti romani: Marmi, Farnesina, Terme. Dal primo pomeriggio fino a buio, in molti week end. I risultati, quando andava bene una manciata di righe. Avevo avuto questa occasione perchè il mio predecessore in questo compito, Sergio Rizzo, era stato assunto dal Corriere dello Sport e serviva un ragazzo che coprisse i campi. Risultati e 10 righe, era la consegna. Forse, chissà, avrei finito senza gloria la mia esperienza, se il giorno in cui Claudio Cherubini, lunghista (oltre che atleta azzurro di bob) che avrebbe poi vinto due titoli italiani, saltò mi pare 7.60, non fossi andato ad intervistarlo per avere più materiale, che si sarebbe rivelato prezioso perchè quel giorno al giornale servirono ben più delle solite dieci righe.
Con l'atletica imparai a dare i miei primi pezzi a braccio (dettandoli cioè senza prima scriverli) come ormai non si usa e non serve più, ad osservare con occhi diversi gli atleti, le persone, cercando di entrare in sintonia, perchè se riesci a capire un atleta (almeno provarci), poi lo puoi raccontare meglio. Nei suoi momenti migliori e magari in quelli peggiori. 
Se l'atletica mi ha ricordato, lo devo a molte persone, oltre ovviamente a chi ha deciso di onorarmi della "Quercia". 
Vanni Lòriga, per me che da lettore romano avevo il Corriere dello Sport come giornale di riferimento, era semplicemente l'atletica. Pietro Mennea, il professor Vittori, Sara Simeoni, me li raccontavano i suoi articoli, che spesso partivano dalla prima pagina e si concludevano in ultima (comodissimi da leggere in autobus, andando a scuola). Non avrei mai pensato che un giorno avrei avuto l'onore di lavorare accanto a lui, imparando, osservando, assorbendo. A Vanni Lòriga (e a Giorgio Tosatti, il direttore che mi assunse e che mi lanciò rapidamente come inviato dell'atletica, oltre che ad Andrea Girelli) devo la fiducia che ha sempre dimostrato di avere nei miei confronti, in redazione ma anche nei grandi eventi che ebbi la fortuna di seguire facendo squadra con lui, dagli Europei di Stoccarda 1986 ai Mondiali di Tokyo 1991. E non c'è dubbio che la fiducia genera fiducia.
E poi Sergio Rizzo, accanto al quale ho imparato a crescere redazionalmente, a risolvere i problemi improvvisi che costellano la vita di una pagina di giornale, a disegnare una pagina "vedendola" prima di crearla, a cambiare, tagliare, allungare, usare le foto a fisarmonica nelle serate dei meeting, a cercare di essere all'altezza come un decatleta: nella scrittura dei servizi ma anche nella cucina redazionale, sulle notizie ma anche nell'arte narrativa, negli approfondimenti, nelle relazioni interpersonali che sono parte essenziale della professione. E nella programmazione, qualità indispensabile e purtroppo oggi dimenticata.
Il tutto senza mai rinunciare all'umorismo, alla battuta dissacrante e spietata: uno stile che per molti anni è stato (ed è) nel dna redazionale.
Se sono riuscito a lavorare nell'atletica insomma, è stato grazie a Vanni Lòriga e Sergio Rizzo, negli anni d'oro del Corriere dello Sport.
Momenti belli ce ne sono stati tanti. Indimenticabile la prima notte degli Europei di Stoccarda '86: la tripletta azzurra sui 10.000 (Mei, Cova, Antibo: ci precipitammo in pista, sotto la pioggia, beffando il servizio d'ordine tedesco che dal giorno dopo sarebbe stato impenetrabile), la splendida fuga di Francesco Panetta verso la più inattesa delle medaglie sui 3000 siepi, la doppietta Bordin-Pizzolato nella maratona. E poi nel corso del tempo le imprese di Totò Antibo, la favola D'Urso, i Mondiali in casa che più in casa non si può a Roma '87 (andavo a piedi allo stadio Olimpico fin da bambino, prima con mio padre, poi da solo), la mattinata d'oro di Maurizio Damilano e la nottataccia giapponese di Antibo a Tokyo '91, i trionfi della marcia, le prime medaglie di Fiona May e quelle di Lambruschini. Le grandi stelle straniere: da Carl  Lewis ad Heike Drechsler, da Sergei Bubka a Michael Johnson e Edwin Moses, solo per fare qualche nome.
Oggi è cambiata l'atletica e siamo cambiati tutti, chi più, chi meno. L'amicizia con Franco Fava iniziò con un'intervista volante allo stadio delle Terme. E' proseguita lavorando insieme per anni, dentro e un tempo anche fuori la redazione. Le conversazioni con Augusto Frasca sono preziose oggi come ieri, anzi come...l'altro ieri, considerando i decenni trascorsi. 
Confesso che la penso come il presidente Alfio Giomi: se non c'è memoria, non c'è futuro. E' uno dei problemi del nostro Paese, un vizio di forma che corrompe capillarmente molti settori. Ecco perchè devo ringraziare tutti coloro che hanno speso una parola per questa "Quercia", che mette, nero su bianco, anche la mia modestissima persona nella lunga storia di colleghi che hanno raccontato con passione e umanità quel meraviglioso sport che è l'atletica.
E a proposito di memoria, concludo ricordando a chi non lo sapesse che l'attuale capo ufficio stampa della Fidal, Marco Sicari, il 17 maggio del 2000 quando la Piaggio Roma vinse lo scudetto della pallavolo davanti ai 15.000 del PalaEur, firmò il servizio di apertura della pagine di interviste sul Corriere dello Sport. 

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Dopo la pubblicazione, ho ricevuto un'integrazione da Vanni Lòriga, che ora pubblico con il suo consenso, per completezza di informazioni e per rendere doveroso seppur (purtroppo) tardivo ringraziamento a Franco Ciavatta. In effetti, come ipotizza Vanni, ero all'oscuro...

 
Caro Leandro, ti ringrazio delle belle parole e mi congratulo per
la (tardiva) quercia di primo grado: era ora.!
Nella tua cavalcata nel passato è stata però omessa una fase interessante, che forse ti è magari ignota.
Il tuo ingresso nella Sancta Santorum degli Sport Vari fu promossa dal famoso Ciavatta: tu eri uno dei suoi "ragazzini"...caldeggiò la tua immissione nel giro giusto affermando: " E' bravo a scrivere e poi,  sor Maggiore, è un Maestro..."
Aveva ragione. Sei stato un maestro
Un abbraccio ed avanti per i futuri Gradi,
Vanni