Google+ Badge

venerdì 7 agosto 2015

VOLLEY La versione di Dragan, testa e cuore ben oltre la pallavolo




Non solo gli atleti si infortunano. Quindi ne scrivo in ritardo, appena possibile. In assenza di comunicazione diretta (ma ormai l'etichetta è una cara sconosciuta...) ho letto solo stamane ciò che Dragan Travica, capitano della Nazionale per tre mesi scarsi in questa estate azzurra un po' schizofrenica, dissociata e magari anche un tantino bizzarra, nei suoi risvolti. Non entro nel merito, non servirebbe. Mi soffermo invece globalmente su ciò che ha comunicato Dragan per esprimere un semplice parere. 
Sbagliato commentare dicendo manca questo o manca quello. Basta leggere, basta non avere pregiudizi per sintonizzarsi sul significato di ciò che ha scritto Travica, senza gettare fango, parlando più di sè che degli altri, come pure sarebbe stato comprensibile una volta ritrovatosi sbattuto fuori dalla Nazionale.
 Forse era troppo aspettarsi di leggere dei fatti di Polonia, magari in futuro, chissà. Ma quando sono coinvolte altre persone il confine tra la libertà di dire e il buon gusto di non tradire altri, i rapporti di spogliatoio, è a volte una linea invalicabile. 
Da romantico, ho letto Dragan dando più valore a certe cose piuttosto che ad altre. Ma trasversalmente le sue parole dicono altro, raccontano parte del taciuto. Emerge il quadro di una Nazionale diversa da quella che ci è stata raccontata e che ogni appassionato avrebbe immaginato di vedere. Nella solitudine di rapporti emerge l'essenza reale delle persone, le loro problematiche, i loro difetti o comunque le loro caratteristiche abitualmente celate, invisibili nella loro completezza all'esterno.Non sempre si è come si appare.
Sono d'accordo con l'amico e collega Gian Luca Pasini. C'è molto da riflettere leggendo ciò che ha scritto Dragan. Non accorgersene, non accettarlo, non volerlo comprendere, è un limite. 
Mi ha colpito la capacità di Dragan si mettersi a nudo in un momento come questo. Per quel che conta, credo e spero di aver compreso.

Sul link del Corriere dello Sport è riprodotto il testo che Dragan Travica ha scritto nel suo blog







Sono disteso sul parquet di una palestra nella periferia di Rio de Janeiro, non sto nemmeno facendo stretching, guardo l’infinito assorto nei miei pensieri. Penso a quanto è pesante questo momento, a quanto tutto si muove al rallentatore, a quanto è teso l’ambiente che mi circonda, anche il mio sorriso lo è. Mi disincanto pensando che domani ci sarà tutto il giorno libero e mi farà bene alla testa. Mi alzo e vado sotto la doccia.
Cena in hotel. C’è un ristorante italiano proprio a poche centinaia di metri, quindi a cena decido di non abbuffarmi. Avevo una gran voglia di pasta e pizza italiana. Così, in compagnia, a pancia mezza vuota ci incamminiamo. Alla nostra sinistra ci sono le onde dell’oceano che fanno sempre un rumore affascinante, c’è energia positiva. Ci sediamo, sono più o meno le 22.00, ordiniamo del cibo italiano e leggo un messaggio di Mauro che dice di rientrare entro le 23.30. Lo rileggo e lo comunico alla squadra. Sono perplesso, siamo perplessi. Dentro al ristorante fa eco questa frase: “Il giorno dopo è libero, perchè alle 23.30?”.

Solitamente non ci era mai stato dato un rientro preciso quando il giorno dopo era libero, o comunque non ci era mai stato dato prima della mezzanotte. Ecco perchè sono rimasto perplesso e un filo infastidito perchè da lì a poco più di un’ora dovevamo rientrare. Era sabato, la domenica sarebbe stata libera, e la partita d’esordio sarebbe stata il mercoledì. Non capivo il senso di quel messaggio, o meglio, non ne capivo un senso costruttivo. Quella serata e il giorno dopo le avevo pensate come gli ultimi momenti di svago prima di entrare definitivamente con la testa nella finale, sapevo che avrebbe fatto bene un po’ a tutti, così ho scosso la testa e ho smesso di dondolarmi sulla sedia, sbuffando. Ricordo perfettamente che il giorno precedente a quella sera mi sono sentito dire, non dai miei compagni di squadra, di provare oltre che ad allenarci bene anche di rilassarci un po’, di alleggerire la testa, di sfruttare i momenti liberi, “poi da lunedì tutti con la testa nello scatolone”. Quella frase mi risuona ancora oggi.
La mia mente, quando faccio per posare il cellulare sul tavolo, va alla partita del Foro Italico contro il Brasile, anzi al giorno prima. Sulla strada verso gli spogliatoi, prima dell’allenamento di rifinitura, mi viene comunicato che dopo la partita (quella partita, come ricorderete, finì molto tardi) potevamo mangiare dove volevamo, che eravamo liberi e che, addirittura, potevamo dormire fuori dall’hotel. Non mi era mai successo, in quasi otto anni di Nazionale, di avere il permesso di dormire dove volevo durante un ritiro, per di più a due giorni da una partita, con uno spostamento di un paio di centinaia di km e due allenamenti in mezzo. Si perchè venerdì giocammo al Foro Italico, ma la domenica si replicava a Firenze, sempre contro il Brasile. Non sto qui nemmeno a giudicare se era giusto o meno, non sto a dire se abbiamo fatto tardi o meno e se qualcun ha dormito fuori o in hotel. Non è questo il punto. Odio giudicare, ma amo dire quello che penso, a modo mio, e in questo caso è giusto farlo anche in maniera completa, perchè di completo ultimamente c’è stato proprio poco.

Torniamo a Rio. La premessa è importante: l’ambiente era molto teso, ormai da tempo, da troppo tempo e i famosi “penso ma non dico” erano all’ordine del giorno. In questo preciso istante mi viene in mente l’immagine del bruco che mangia una mela caduta a terra, e piano piano marcisce. C’era poco dialogo, c’era incoerenza, c’era egoismo, staff e giocatori camminavano su due binari diversi, distanti e in direzioni opposte. Non ci si guardava nemmeno più negli occhi. Io personalmente stavo soffrendo, sia per come stavamo in campo, sia per come ci stavamo preparando ad una finale, sia perchè volevo fare, fare e ancora fare ma c’era come se qualcosa mi tenesse e mi tirasse indietro e una volta voltatomi non vedevo nessuno. Non riuscivo a trovare risposte ai mille “perchè” che mi giravano per la testa. Sembrava di vivere una convivenza forzata. Una sensazione bruttissima, soprattutto nello sport. Sono convinto ancora oggi che stessimo soffrendo tutti tanto. La verità, in poche parole, è che non si doveva arrivare a quel punto. Invece ci siamo arrivati, e di peso.

Al ristorante, dopo aver ricevuto quel messaggio, si chiacchierava, si scherzava e si mangiava del buon cibo italiano. Non volevamo tornare in hotel, non lo credevamo giusto in quel momento, il giorno dopo era senza allenamenti e volevamo respirare un po’ di libertà e un po’ di spensieratezza. Onestamente non c’era davvero niente di male nel farlo. Avevamo voglia di stare ancora insieme quella sera, si stava davvero bene. Ovviamente eravamo pienamente consapevoli che stavamo disobbedendo ad una regola, ma in quel momento ci sentivamo tutto tranne che in colpa. Anche questo mi ha fatto pensare. Ci alziamo, prendiamo un taxi e andiamo a vedere un quartiere caratteristico di Rio, con un bel panorama di luci dall’alto, una scalinata tutta colorata e molto artistica, facciamo qualche foto mentre passiamo in mezzo a tre bambini che a piedi nudi giocano a calcio in mezzo alla strada. Tra una battuta e l’altra finisce la scalinata e decidiamo di sederci ad un tavolo e ordinare la classica bibita brasiliana, la Caipirinha. C’era davvero un bel clima, finalmente. Esce anche qualche confidenza sul momento che stavamo vivendo, condivisione di molti pensieri e in qualche modo stavamo caricandoci per fare una finale al meglio delle nostre capacità, che in quel momento non erano sicuramente le nostre migliori di sempre. Ma dovevamo e volevamo provarci. La medaglia era alla nostra portata.
Lo sapete anche voi quando si passano quelle serate in compagnia, fatte di poco, di quel poco che basta, di chiacchiere e spensieratezza, e una volta tornato a casa si ha la sensazione di aver passato un momento piacevole, leggero, utile, lo ripeto, utile. In quell’istante, ironia della sorte, veniamo beccati, ovviamente inconsapevolmente. L’avremmo scoperto l’indomani.
Già dalla mattina seguente sento che qualcosa non va, ma decido di non pensarci. Arriva sera, riunione dell’ultimo minuto. Ci sediamo e l’ultimo chiude la porta. La comunicazione era quella che mi aspettavo. Qualcuno dello staff quella notte ci ha visto attorno a quel tavolo verso le due e il giorno dopo lo ha detto all’orecchio di Mauro Berruto. Era quindi appurato che là fuori non eravamo solo in quattro. La conoscete anche voi quella frase che recita “la legge è uguale per tutti”. Non vi viene da sorridere anche a voi adesso? Forse sono dettagli, ma io sono pignolo. Mi sono sentito spesso dire che staff e giocatori sono due cose diverse, ma ho sempre preso le distanze da questa teoria. In una squadra si è tutti uguali.
La mattina successiva l’aereo che torna in Italia ha quattro posti che ci aspettano.
Dopo la riunione me ne torno in camera. E’ stata una notte infinita e insonne come il viaggio per tornare a casa, e i pensieri formavano un tornado inesauribile. Credo che potrei scrivere un’enciclopedia se mettessi nero su bianco tutto quello che mi è passato per la testa in quei giorni. Uno dei tanti era la sensazione di aver subito un’ingiustizia. Mi spiego meglio: sono pienamente consapevole di aver disobbedito ad una regola, e sono pienamente d’accordo che quando si disobbedisce ad una regola, giusta o sbagliata che sia, bisogna pagare. E mi sembra di aver pagato più che sufficientemente. Credo fosse giusto prendere provvedimenti nei nostri confronti, come credo anche che se ne potessero prendere molti altri e diversi da quello inflittoci. Ma è successo quello che è successo e andava accettato. Ho avuto l’onore di passare abbastanza estati in Nazionale per averne viste di tutti i colori. Di cotte e di crude. I miei occhi hanno visto molto peggio, le mie orecchie hanno sentito molto molto peggio rispetto a quello che è successo quel sabato sera di Rio. Era palese che ci fosse dell’altro in quella punizione. Ogni giorno che passa mi rendo sempre più conto che le motivazioni non sono state solamente disciplinari…anzi. Quasi mi vergogno a dirlo, ma lo penso, è più forte di me. Non so se quella decisione, prima pensata, ragionata, e poi concretizzata una ventina d’ore dopo l’accaduto, fatta dall’allenatore e condivisa dalla Fipav, sia stata un decisione di forma, di convenienza, autoritaria, politica, rancorosa, o sia stata la classica “palla al balzo” da calciare di collo pieno, non lo so. Cioè lo immagino, ma non ne sono sicuro e quando non sono sicuro di qualcosa preferisco non esprimere opinioni.
Uscito da quella stanza ho deciso di prendermi le mie responsabilità, in silenzio. Senza se e senza ma. Sono state settimane in cui ho parlato poco, non ne avevo voglia, avevo solo il desiderio di starmene a casa con le persone che con uno sguardo hanno capito tutto e mi hanno abbracciato. Mi sento abbastanza lucido e abbastanza maturo da capire che bisogna prendersi sempre le proprie responsabilità, soprattutto quando queste responsabilità pesano e bruciano come i carboni ardenti. L’ho sempre fatto e continuerò sempre a farlo. Non ricordo altre volte in cui abbia disobbedito ad una regola nel mio percorso con la maglia azzurra, e se sono arrivato a farlo lì e in quel momento sono convinto che non sia successo per caso. Inconsciamente o consciamente nulla succede per caso.
Da quando ho lasciato quella stanza non ho mai avuto un confronto con nessuno, o almeno non l’ho avuto con chi ha preso quella decisone. Zero, vuoto assoluto. E’ finita così. Nemmeno il tempo di uno sguardo. Sarei falso a non dire che mi sarei aspettato un confronto, ma la mia non è una polemica, è solo una considerazione ovvia che faccio quando due parti hanno condiviso tanto insieme e in un attimo le strade si sono biforcate. Non è una questione di regole, non è una questione di logica, è una questione di pancia, di animo, di cuore. Di umanità. Altrimenti a che cosa serve costruire rapporti? Credo nei rapporti umani, mi sono sempre alimentato da questi, e spero di non smettere mai di farlo. Nemmeno dopo tutta questa storia.
Ho girato abbastanza grazie alla pallavolo, ho conosciuto persone di varie culture e varie mentalità. In Russia mi dicevano sempre che noi italiani parliamo tanto, gesticolando in continuazione. Credo faccia parte della nostra cultura. Comunicare è una cosa bellissima e sicuramente in Italia lo sappiamo fare molto bene. Mi sono reso conto però, molto spesso, che noi parliamo tanto senza guardare negli occhi. Abbiamo perso quella sensibilità d’animo fondamentale per avere fiducia nel prossimo e rispetto nel prossimo, che sono le basi per costruirsi e svilupparsi come popolo.

Per quella maglia ci ho messo la faccia, spesso e volentieri, e il cuore in ogni singolo secondo, in ogni singola palla. Lo voglio fare anche ora, in questo ultimo capitolo. Chi mi conosce come atleta sa che ho sempre fatto il massimo per dare il giusto esempio, dentro e fuori dal campo, e credo di aver sempre dato un buon contributo in questo senso. Ho dato tutto e tanto, volevo sempre stare in prima fila, soprattutto quando la merda non ci faceva nemmeno più respirare. C’è storia se mi penso con quella maglia addosso, ci sono un mare di cose belle da raccontare, ma non mi va nemmeno di elencarle perchè odio parlare bene di me stesso e non ho mai preteso una pacca sulla spalla da nessuno in vita mia. Mi sono sempre arrangiato, per voglia di farlo e a volte per forza di cose. Credo solo che non dovesse finire così, credo di non meritarlo. Questa sarà l’unica cicatrice che porterò con me dopo aver vissuto queste ultime settimane.
Voglio ringraziare chi c’era in quella camera d’albergo quella domenica dopo la riunione. Credo che quel momento, per quanto fosse triste, mi abbia fatto capire il senso della vita. Non dello sport, della vita.
Ringrazio Giovino, il mio eterno compagno di stanza. La mattina seguente, con la valigia in spalla, l’ho abbracciato per salutarlo e dopo tanto tempo mi ha fatto piangere. Nessuna parola, solo un lungo abbraccio. Ti conosce bene solo chi ti vede piangere. Pura verità.