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lunedì 7 settembre 2015

CINEMA Southpaw (* con aggiornamento)

SOUTHPAW - Regia: Antoine Fuqua. Interpreti: Jake Gyllenhaal, Forest Whitaker, Rachel McAdams, Naomie Harris, 50 Cent, Oona Laurence.
* visto in edizione originale con sottotitoli in italiano

Non c'è sport che sia stato portato sul grande schermo come la boxe. Sul ring si è inevitabilmente soli con se stessi, con i propri fantasmi e le proprie paure che ognuno affronta e combatte a modo suo. La boxe, anche quando non è "nobile arte", come veniva etichettata un tempo, è terreno fertile per costruire storie di persone, percorsi di vita, quasi sempre ad ostacoli. Da un lato dunque fare un film con la boxe significa muoversi in territori già esplorati ma non per questo immuni da trappole (narrative, retoriche, stereotipate, filmiche) perchè molto spesso si sconfina nel dramma che diventa melodrammatico. La sfida è portare sullo schermo un film che inevitabilmente cede al solco della tradizione, del già visto, ma che ha con sè anche elementi nuovi, personali e caratterizzanti. Per questo è fondamentale la scelta degli attori, una regia che sappia osare. Antoine Fuqua, il regista, merita un'ampia sufficienza e non mi unisco al coro dei detrattori. Devo ammettere di essere stato piacevolmente sorpreso da Southpaw, che non è affatto quel filmaccio sul quale ho letto, inorridito, una montagna di scempiaggini soprattutto sul web.
La forza del film (che sa emozionare: è questa la sua dote) si annida nel cast, nella dolente e rabbiosa interpretazione di Jake Gyllenhaal (che opportunamente ha sostituito il rapper Eminem), il pugile mancino del titolo, che fa coppia con un incisivo Forest Whitaker. In fondo il compito più difficile era proprio il suo, aggiungere l'ennesima figura di allenatore del campione ad una galleria che da Rocky a Million dollar baby ne ha sfornati tanti e di ogni genere.
Gli esperti di boxe non possono fare a meno di irritarsi per le solite pecche con cui vengono portati al cinema i match: in Europa certi incontri sarebbero stoppati immediatamente, altrimenti l'arbitro giudice finirebbe sotto processo. Non si capisce perchè in ogni film sul pugilato, il campione debba prendere una vagonata di pugni, troppo spesso a guardia abbassata, prima di mostrare le sue qualità di picchiatore. Ma per altri aspetti il mondo che fa da contorno ai campioni, pochi scrupoli e avidità in abbondanza, si specchierà fedelmente in ciò che avviene.
C'è tanta boxe in Southpaw, ma non è un film sul pugilato, nel senso che non è l'aspetto sportivo in sè il motore di una storia che vuole raccontare anche altro, scavando nell'animo umano. Non è soltanto una storia di riscatto sportivo, è in realtà molto di più. Sofferte tappe di un cambiamento che nasce in seguito a circostanze tragiche. Perdite che si sommano, dranmatiche e sconvolgenti. La tardiva consapevolezza della necessità di un cambiamento. Per ritrovarsi, per se stessi e per gli altri (in questo caso la bambina di Billy Hope). Il grande avversario, non solo sul ring, spesso è all'interno: nella rabbia incontrollata che innesca la tragedia, nell'incapacità di frenare impulsi ed emotività, si riconosceranno in molti. E anche un film può offrire l'occasione per riflettere e cercare di cambiare.
Le musiche di James Horner sottolineano tragedia ed epicità agonistica: purtroppo è stato l'ultimo film a cui ha lavorato il musicista, al quale l'opera è stata dedicata. Pubblicizzato come l'ideale seguito di 8 miles, il film sulla storia di Eminem, nella colonna sonora ha anche il brano I'am Phenomenal, interpretato dal popolarissimo rapper bianco statunitense.

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Ps: se potete, evitate di guardare il trailer del film: incredibilmente ve lo racconta tutto. Come peraltro fa quasi ogni presunta recensione che compare sul web 

Da Francesca, appassionata e competente spettatrice cinematografica, ricevo e pubblico, condividendo totalmente le sue osservazioni, in linea con il testo che avete letto sopra


«Ho ripensato molto al film, che, pur riproponendo una trama abbastanza sputtanata, riesce comunque ad offrire spunti di riflessione. 
A livello di regia e di attori non si può proprio criticare nulla. Ed è proprio il modo in cui la storia è raccontata e interpretata a fare la differenza. Credo che, pur non rinunciando ad alcuni clichés e cedendo a tratti a quel pathos tipico americano, il film di Fuqua sia lugubre e crudo in una maniera che, alla fine della fiera, lo rende bello e tutt'altro che inutile. 
Racconta una storia classica con esiti abbastanza classici, ma attraverso il suo personale filtro di disperazione (che non mi ha sorpresa affatto, dato che tutti gli altri film da lui diretti che io avessi mai visto erano stati pesantissimi... disillusioni a go go, nessuna speranza, tutto ciò che poteva andare storto andava ancora più storto). E, pur essendo la storia classica, il "viaggio" del protagonista non lo definirei banale, quanto piuttosto essenziale/universale. Ah, e poi bisogna anche dire che è un film che funziona... ti coinvolge tantissimo, ti commuove, ti fa a pezzi... è comunque intrattenimento di un certo livello, insomma. 
Per carità, non è un capolavoro, ma, per quando mi riguarda, thumbs up».