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lunedì 25 aprile 2016

CINEMA Lo chiamavano Jeeg Robot

LO CHIAMAVANO JEEG ROBOT
Regia: Gabriele Mainetti. Interpreti: Claudio Santamaria, Luca Marinelli, Ilenia Pastorelli, Stefano Ambrogi.

E' raro trovare tanta dolcezza in un film di così estrema violenza urbana ed esistenziale. Storie di vite scellerate, di solitudini e follie alienate dalla possibilità di un'esistenza tra le righe della normalità, o meglio della legalità. 
Un film italiano audace, diverso, che sfida i format hollywoodiani con personalità, sicurezza e abbondanti dosi d'incoscienza. Indispensabili per pensare un film di supereroi ambientato a Roma, anzi a Tor Bella Monaca. Ma la radioattività nei bidoni del Tevere è anche segnale di quanto il degrado della città possa essere ormai perfino elemento naturale del panorama urbano, reale o fantasy che sia. La forza del film è nella storia e nel messaggio tutto sommato perfino ottimista, livellatore dell'esasperata e ormai insopportabile violenza. Ma è anche un film che consente agli attori di emergere e lasciare il segno.
Claudio Santamaria dà silenzioso spessore ad un ruolo dissociato, scontroso fino a sfiorare l'irrealtà, eppure plausibile nel contesto. Luca Marinelli è una sorta di Joker, sconfinante talvolta sopra le righe e nell'eccesso, ma capace di lasciar trasparire le sue tragicomiche fragilità. E poi Ilenia Pastorelli, a sua volta aliena sospesa nel tempo dall'insopportabile dolore che ha reciso il suo cordone obleicale con la realtà, agganciandola al mondo dei cartoni giapponesi e dandole modo, con i lampi della sua ingenua e dolente follia, di strappare perfino sorrisi, a dispetto del contesto drammatico che la racchiude.
Nessuno si salva da Jeeg Robot, l'Enzo Ceccotti che non vuole bene a nessuno, diventa Hiroshi Shiba (con la maschera fatta a maglia dalla sua principessa) che scruta l'orizzone romano dal Colosseo. E promette un sequel.